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Il ddl antisemitismo che colpisce la legittima (e doverosa) critica al sionismo

Il ddl 1004, approvato al Senato e in arrivo alla Camera il 2 ottobre, viene da settimane aspramente criticato come un problematico (e fallace) tentativo di sovrapposizione di antisionismo e antisemitismo. Ma cosa prevede e perché c'è il timore che le norme possano limitare la libertà di espressione e criminalizzare il dissenso verso le azioni criminali compiute dallo Stato di Israele?

Marcello Cocco
Marcello CoccoAutore
28 SET 2026
6 min
Immagine di repertorio Amnesty International

Immagine di repertorio Amnesty International

«Si può non votare – chiede retoricamente un improbabile opinion maker dell’estrema destra sarda – una legge contro l’antisemitismo?». La risposta è scontata: è ovvio che non si potrebbe non votare. L’antisemitismo è una forma di odio, di pregiudizio che va combattuta senza esitazione. Peccato che questo personaggio (e tanti altri come lui) o è in malafede o non ha letto il ddl 1004 che sarà discusso alla Camera dal 2 ottobre. Perché quello che apparentemente è un testo neutro formato da appena tre articoli, in realtà nasconde – neanche tanto bene – il tentativo di mettere il bavaglio alle critiche alla politica dell’entità sionista.

Tre articoli che vanno analizzati uno per uno, tenendo conto che, secondo quanto raccontano i suoi promotori, il ddl non introdurrebbe specifiche nuove sanzioni penali dirette o sanzioni amministrative ad hoc. Ma già al comma 1 dell’articolo 1 c’è qualcosa di stonato: dice che “la Repubblica italiana rifiuta ogni forma di antisemitismo”. Un’affermazione pleonastica dal momento che il concetto è già espresso chiaramente dall’articolo 3 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

Un primo articolo inutile, che però ha, come dicono quelli bravi, in cauda venenum. Si legge infatti che la legge “[…] favorisce azioni volte a reprimerne qualunque espressione […]”. Già qui salta fuori la prima bugia: dove c’è una trasgressione non può che scattare in automatico una sanzione (fatto salvo il fatto che la trasgressione sia accertata da un’autorità competente, che il presunto trasgressore possa contestare l’accusa e che non esistano cause di giustificazione, come lo stato di necessità o la forza maggiore). E se il comma 1 dell’articolo 1 preoccupa, il comma 2 fa davvero paura.

Dentro il ddl

Anche qui la formula sembra innocua: il ddl adotta la definizione di antisemitismo dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’olocausto, Ihra (International Holocaust Remembrance Alliance). Una definizione “neutra”: “L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto”.

Solo che il sito dell’Ihra fa anche una serie di “esempi contemporanei di antisemitismo nella vita pubblica, nei mezzi di comunicazione, nelle scuole, al posto di lavoro e nella sfera religiosa”. Undici esempi di cui ben sette si occupano dell’entità sionista e non degli ebrei.

Sarebbe antisemitismo sostenere che “l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo”. Solo che, a luglio 2018, la Knesset ha definito Israele “Stato-nazione del popolo ebraico”, trasformando di fatto le minoranze non ebraiche in cittadini di serie B. Cioè vengono discriminate. Secondo Amnesty International e Human Rights Watch, Israele applica un sistema di apartheid. Non è razzismo questo?

Un altro esempio: sarebbe antisemitismo “fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei nazisti”. Quindi non sarebbe accettabile fare paragoni tra il genocidio degli ebrei perpetrato dai nazisti e quello del popolo palestinese di cui sta rendendo responsabile il governo sionista. Eppure a parlare di genocidio a Gaza non sono ultra palestinesi ma realtà come la Corte internazionale di giustizia, l’Associazione internazionale degli studiosi di genocidi, enti internazionali come Amnesty International, Oxfam e Human Rights Watch.

In Germania risoluzioni parlamentari sull’antisemitismo sono state utilizzate per negare finanziamenti pubblici a organizzazioni e progetti considerati incompatibili con la definizione dell’Ihra e per chiedere al governo di prevenire attività del movimento Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (Bds).

Il comma 3? Punta a “individuare gli interventi necessari al fine di prevenire e contrastare qualunque atto o manifestazione di antisemitismo, come definito ai sensi del comma 2”. Come si contrasta? Con future sanzioni, evidentemente, destinate a punire chi non si adegua al dettato dell’Ihra.

L’articolo 2, invece, concede una cambiale in bianco al presidente del Consiglio (c’è davvero da preoccuparsi pensando che a Palazzo Chigi potrebbe nuovamente sistemarsi Giorgia Meloni). Stabilisce che il “Presidente del Consiglio dei ministri adotta, con proprio decreto, entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, disposizioni volte a […]”. E, alla lettera a), si stabilisce che si devono “prevedere apposite misure per contrastare la diffusione del linguaggio d’odio”. Vengono i brividi a pensare quali potrebbero essere le “misure” che, eventualmente, adotterà Meloni.

Anche l’articolo 3 concede alle forze dell’ordine la possibilità di applicare misure repressive e, quindi, al ministro degli Interni: in base all’articolo 18 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, può essere negata l’autorizzazione a una riunione o a una manifestazione pubblica quando esiste una “valutazione di grave rischio potenziale per l’utilizzo di simboli, slogan, messaggi e qualunque altro atto antisemita ai sensi della definizione operativa di antisemitismo adottata dalla presente legge”. Per esempio, può essere negata l’autorizzazione a una riunione informativa sul Bds. O, addirittura, a una manifestazione “contro il genocidio palestinese”. Chi farà questa valutazione?

Un limite al dovere di dissentire

«Si può non votare – tornando alla domanda fatta in apertura – una legge contro l’antisemitismo?». È ovvio, non si può non votare. Ma quello che arriva nei prossimi giorni alla Camera non è un ddl contro l’antisemitismo. L’obiettivo è colpire la legittima, anzi la doverosa critica al sionismo. Un ddl che va combattuto in quanto rappresenta un ennesimo regalo al criminale governo israeliano. Usando la formulazione dell’Ihra, si punta a trasformare concetti totalmente differenti, antisemitismo e antisionismo, in sinonimi.

Eppure, per evitare questo rischio, sarebbe stato sufficiente adottare la definizione presente nella Jda (Jerusalem declaration on antisemitism, nota come Dichiarazione di Gerusalemme), data da oltre duecento tra i maggiori esperti di antisemitismo, tra i quali molti ebrei, studiosi che hanno posizioni diverse ma che convergono su punti fondamentali: “L'antisemitismo è discriminazione, pregiudizio, ostilità o violenza contro gli ebrei come ebrei (o le istituzioni ebraiche come ebrei)”.

Una definizione nata combattere l'antisemitismo e proteggere la libertà di espressione sulla base di principi universali. Per esempio, per i firmatari, lo stesso Bds non è di per sé antisemita. Perché il Parlamento non ha adottato questa definizione? Una definizione, tra l’altro, decisamente meno generica di quella di Ihra.

Il ddl 1004, quando diventerà legge, dovrà essere combattuto con la disobbedienza civile. Nessuno potrà mai impedire di dire che quello che sta accadendo al popolo palestinese è un genocidio o di sostenere che i metodi applicati da Netanyahu, Ben-Gvir e Smotrich sono identici a quelli utilizzati dal Terzo Reich.

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