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Il patrimonio interdetto dalle servitù militari

La riapertura della necropoli di Nora mostra come il patrimonio non sia soltanto ciò che esiste, ma ciò che si decide di riconoscere. E nei poligoni sardi, intere stratificazioni restano ancora fuori dalla conoscenza pubblica.

Salvatore Fadda
Salvatore FaddaAutore
15 SET 2026
5 min
Uno scatto dalla zona archeologica di Nora

Uno scatto dalla zona archeologica di Nora

Lo scorso 27 giugno è stata aperta al pubblico la necropoli occidentale di Nora, che ricade in un settore dell'ex area militare rimasto interdetto ai civili dal 1936. Si tratta di un elemento importante del patrimonio archeologico sardo, un sito pluristratificato (dall'età del bronzo alla tarda antichità), comprendente sepolture relative a uno dei principali insediamenti fenici dell’isola.

Il caso di Nora suggerisce una riflessione su cosa siano i resti del passato prima di divenire ufficialmente patrimonio, e cioè prima di essere scavati, pubblicati e valorizzati, dato che l’area è stata sottratta alla conoscenza da uno Stato che aveva scelto quale suolo interdire e adibire ad uso militare – una scelta mai casuale ma frutto di precise valutazioni.

I poligoni militari, ad esempio, vengono stabiliti laddove la terra ha un “costo ridotto” in termini politici, ossia dove le comunità hanno meno voce e l'economia è più fragile. Sistemi paesaggistici e luoghi che vengono percepiti come vuoti e lontani, “sperduti” per usare un termine ricorrente nelle narrazioni sulla Sardegna provenienti dal di fuori di essa. Quel costo ridotto ovviamente non è un fatto intrinseco ma un artefatto contabile, ed è a causa del poco peso della voce che la esigua popolazione della Sardegna riesce ad esprimere, che l’isola – in una innegabile relazione di colonialismo interno con lo Stato – sopporta gran parte delle servitù militari italiane.

Quando lo Stato sceglie dove recintare, valuta i parametri che è in grado di ponderare: gli ettari, il valore di terreni agricoli e pascoli, gli indennizzi da corrispondere, i posti di lavoro, il peso elettorale di chi protesta. Sono tutte grandezze in qualche modo misurabili; il potenziale archeologico (a meno che non venga stimato preventivamente con indagini specifiche) no.

L'archeologia preventiva

Lo strumento che dovrebbe accertare cosa custodisce il sottosuolo prima che un intervento lo possa danneggiare è quello dell’archeologia preventiva, ma è arrivato tardi nell'ordinamento italiano e nella pratica anche in contesti civili interviene ancora troppo spesso a valle di scelte progettuali già definite, anziché orientarle a monte come dovrebbe. Se il peso del sottosuolo fatica a contare qualcosa persino nei cantieri civili, si può immaginare quanto poco possa contare dentro un recinto militare delimitato decenni prima che venissero scritte le norme di tutela.

Le stratificazioni non ancora lette, le strutture e i manufatti ancora sotto terra, non hanno un costo chiaramente quantificabile e dunque, nel conteggio del costo politico, valgono zero. Questo perché sebbene i resti sommersi non siano meno reali di quelli emersi, non costituiscono parte del discorso sul patrimonio ufficiale. Non perché le vestigia non esistano quando le si ignora, ma perché il patrimonio archeologico ufficiale è costituito da ciò che una società, in un determinato momento, decide di far dire alle vestigia che tutela e valorizza. Pratiche queste ultime che come tutte quelle esercitate nei confronti del passato, sono intrinsecamente politiche.

La decisione su quali passati meritino tutela poggia sulla loro monumentalità, sulla scala, sul giudizio degli esperti, sulla profondità temporale e sul retroterra identitario di chi decide. È un discorso che talvolta può strappare al limbo porzioni di territorio, come nel caso di Nora, che però a differenza dei siti cinti dai poligoni ha una sua monumentalità sia fisica che storica, nonché simbolica, suggellata dalla Stele che riporta la più antica attestazione del nome stesso della Sardegna.

Per quanto riguarda i poligoni sardi, il potenziale archeologico che cingono non aggiunge valore al loro costo politico perché non ha mai attraversato la soglia di quello che la studiosa di patrimonio australiana Laurajane Smith chiama Authorized Heritage Discourse. Un sito non censito e non pubblicato è invisibile alla contabilità politica e affinché resti tale, deve essere escluso anche dal patrimonio. Pertanto stabilire cosa meriti tutela non è un mero atto tecnico, ma un esercizio di potere. E ai millenni depositati sotto i pascoli dell'Ogliastra, del Sarrabus, del Sulcis, il potere non ha avuto interesse a dare molto peso.

Un'area di non-conoscenza

Per l’operatività di un poligono è meglio che il potenziale archeologico non emerga. Dentro i recinti militari dunque non si censisce, non si ricognisce, le informazioni sono poche e vecchie. La carenza di dati archeologici per le aree adibite a poligoni è frutto della produzione attiva di un’area di non-conoscenza cinta dal perimetro dei limiti militari invalicabili, che rende la terra manipolabile alienandola dalla storia oltre che dalla fruizione civile. La retorica dello spazio vuoto e sacrificabile è dunque il prodotto di un interesse militare da parte dello Stato e della NATO, nonché economico da parte dell'industria degli armamenti che ivi collauda munizioni, missili e droni.

Il discorso della “preservazione accidentale” che spesso viene fatto, ad esempio in riferimento alle sepolture di Nora che sono rimaste inviolate anche in tempi recenti, si rifà a casi come quello della Piana di Salisbury nel sud dell’Inghilterra. Nello stesso paesaggio che include Stonehenge, il suolo acquisito dall'esercito britannico a partire dal 1897 ha tenuto lontane l'aratura intensiva e l'espansione edilizia del Novecento, contribuendo alla preservazione di oltre 2.300 siti preistorici, dai tumuli neolitici alle fortificazioni dell'età del ferro. Ma questo ragionamento serve soltanto a invertire il discorso presentando l'escludente come custode.

Il sito di Nora supera la soglia ed entra nell'Authorized Heritage Discourse perché ne soddisfa i requisiti: è monumentale, raro, emerso e ha un suo peso anche nel livello “evenemenziale” della storia. Al contrario, stratificazioni più umili e cronoculturalmente marginali, per quanto scientificamente rilevanti, difficilmente avrebbero la forza di divellere il cancello di un'area militare. Del patrimonio sepolto di Quirra, Teulada, Capo Frasca, finché rimangono le recinzioni, possiamo sapere poco.

Ma il potenziale non è una condizione stabile, e il tempo lo erode: ogni esercitazione intacca un sottosuolo che non abbiamo mai letto e che in diversi casi non leggeremo mai. Dunque la non-conoscenza prodotta dal recinto non preserva, ma copre una perdita in corso. Il giorno in cui i poligoni torneranno alla comunità sarda, il conto impossibile da fare non sarà quello di ciò che si sarà ritrovato, ma quello della perdita che si è scelto di non misurare.

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