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Ribellarsi allo Stato è una buona cosa

Un nuovo appuntamento della rubrica "PROTEIN - Strappare il corpo/mente umano al sistema che lo distrugge" che parte da un caso specifico (la questione speculazione energetica in Sardegna) per arrivare al dunque: ribellarsi allo Stato è un dovere.

Maurizio Onnis
Maurizio OnnisCorrispondente
8 SET 2026
6 min
François Dubois (1529-1584) - Il massacro di San Bartolomeo

François Dubois (1529-1584) - Il massacro di San Bartolomeo

Qui si parte dal caso specifico per arrivare immediatamente al caso generale. Il caso specifico è la speculazione energetica in Sardegna. Centinaia di progetti eolici e fotovoltaici per la produzione di energia elettrica ricavata da fonti rinnovabili. Richieste a Terna, che gestisce la rete, e al ministero dell’Ambiente: passano sopra la testa delle comunità locali, il cui parere non viene tenuto in nessun conto.

Subito dopo: autorizzazioni rilasciate dalle autorità centrali, dallo Stato, in barba a qualsiasi interesse, volere, bisogno di chi abita i territori, con conseguente imposizione di devastazione paesaggistica, sociale, economica. Sul piatto spicca solo l’interesse delle grandi compagnie multinazionali a fare soldi attraverso la vendita dell’energia sul mercato e l’incasso degli incentivi elargiti dal governo. Il che ci porta appunto alla questione generale.

Cosa deve fare chi, per sfuggire alla maledizione, tenta senza esito tutte le strade legittime e legali? Deve piegare la schiena e la testa, deve genuflettersi ai piani di chi conta davvero, adattarsi ai potenti, fingere la pace? Ma poi, perché dovrebbe? Ribellarsi allo Stato è giusto. Ribellarsi allo Stato è una buona cosa. Ribellarsi allo Stato è un nostro diritto.

Per chi non sa o cerca una conferma: il diritto

Abbiamo alle spalle, ormai, ben cinque secoli di elaborazione del diritto su questo tema: la ribellione al potere che tradisce le sue promesse, che opprime sudditi o cittadini, che non fa il suo dovere. In altre parole: il potere illegittimo.

Monarcomachi, portatori di questa meravigliosa parola che indica quelli che “combattono il re”. Il re non è il padrone assoluto del regno. Le leggi, i patti stipulati e soprattutto l’aspirazione dell’uomo a tenersi la propria libertà lo vincolano. Già nel Cinquecento rivoltarsi contro il sovrano non è peccato. Se ricorrono le condizioni, è lecito, persino un dovere.

Poi arrivano nel Seicento i giusnaturalisti e il giusnaturalismo, altro straordinario verbo che parla di diritti naturali dell’uomo. Da Ugo Grozio in poi, il governo è tenuto a osservare i diritti primigeni dei governati, inscritti nel nostro essere umani, nell’essere noi semplicemente nati. Diritti che nessuno deve conferirci, regalarci, concederci: ce li abbiamo già, sono dentro di noi e dobbiamo pretenderne il rispetto. Il diritto a resistere al tiranno si consolida.

E passa in tutte le Dichiarazioni al cui studio ci costringe la scuola e che dimentichiamo in fretta. Fortunatamente, loro non dimenticano noi. Hanno sedimentato, si sono accumulate, i loro principi sono migrati da un documento al successivo, fino a diventare non l’espressione estemporanea di una rivoluzione o dell’altra, ma diritto pieno e valido per tutti, sempre e ovunque.

Dalla Dichiarazione d’indipendenza americana alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, che risalgono alla fine del Settecento. A progredire verso la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo di metà Novecento, la quale ammette apertamente il diritto a "ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l’oppressione". Sono queste le pietre miliari che ci proteggono. Non si tratta più di resistere al re cattivo. Diventa legge il diritto di rivoltarsi contro qualsiasi potere illegittimo, dittatoriale, oppressivo. E così è oggi.

Un diritto che nessuno può levarci o negarci, perché è nostro dalla culla, da prima che ne siamo consapevoli, da prima ancora di fare ingresso nella società. Il punto non è la sua esistenza o rilevanza. Il punto è cosa siamo disposti a fare noi per difenderlo ed esercitarlo a vantaggio nostro e della comunità.

Per chi non sa o cerca una conferma: la storia

Verso la fine del Cinquecento, gli olandesi decidono che ne hanno abbastanza delle tasse e delle angherie di Filippo II. Stanno sotto la Spagna e scelgono di fare da soli. È guerra per decenni, ma alla fine ottengono la libertà: perché, sostengono, chi governa deve difendere il popolo e se al contrario lo opprime diventa "un tiranno e i sudditi [...] sono autorizzati a [...] deporlo".

A metà del Seicento anche gli inglesi passano ai fatti. Il re ha spiccati progetti assolutisti e loro, guidati dal parlamento e da Cromwell, gli si rivoltano contro, lo battono sul campo, lo catturano, processano, condannano e decapitano. Tutte le corti d’Europa inorridiscono, ma da allora è chiaro. Il monarca può anche farsi passare per re di diritto divino. Poi c’è il popolo, che chiede un altro tipo di patto ed esige che sia rispettato.

Gi americani e i francesi ribadiscono oltre un secolo dopo. Gli americani abbattono dal piedistallo le statue di Giorgio III, despota lontano che pretende di comandarli. I francesi usano la ghigliottina, dando spettacolo pubblico della testa coronata che rotola a terra.

Ottocento e Novecento. Non si contano le rivoluzioni condotte nel nome della libertà e del cittadino, contro il potere assoluto, contro i tiranni, contro il dominatore straniero. Dittatori a testa in giù. E sempre la rivolta si scatena quando chi governa supera il limite: il limite è giocare con la vita dell’uomo e della donna come se fosse tua, dando per scontato di poterne fare ciò che vuoi. Non è così. Si sopporta molto, ma quel limite non va superato. L’intollerabile diventa la leva che scatena il conflitto.

Non tutti l’hanno capito. Ancora oggi vediamo in giro per il mondo governanti e Stati che considerano la vita, dei propri cittadini, dei cittadini altrui, un gioco. Al quale divertirsi senza pagare prezzo. Finché il conto si presenta, improvviso e tutto in una volta.

Ignoranza o vigliaccheria? Vigliaccheria

Torniamo al concreto, a ciò che davvero accade dalle nostre parti. Un sindaco dice che non può rispettare lo Stato quando lo Stato non tratta il sindaco da pari. 

Se lo Stato fa e disfa senza nemmeno sentire chi vive su quel territorio, lo Stato tradisce il suo compito, che è favorire la partecipazione dei cittadini alle scelte di tutti. Lo Stato che obbliga senza dare, spiegare, condividere, lo Stato che impone con la forza è uno Stato che non merita i guanti bianchi. È uno Stato al quale bisogna controbattere colpo su colpo.

Un altro sindaco rimbrotta il primo. Hai giurato fedeltà allo Stato e alla bandiera. Quel giuramento vincola: non puoi disobbedire, puoi esprimere rammarico, parere contrario, agitarti, ma alla fine devi adeguarti. Tu sindaco sei lo Stato, anche tu sei Stato, sei tenuto a seguire le scelte del potere, anche quando non ti piacciono, anche quando è scomodo. 

È ignoranza di secoli di pensiero oppositivo? Sarebbe già colpevole. Bisogna conoscere quanti e quali sforzi sono stati fatti, e da chi, per liberarci dal Leviatano. Se non sai questo, se non l’hai masticato, fatto regola tua, ti manca un pezzo essenziale di mondo, di autonomia, ti manca la capacità di autogovernarti. Nessuna autodeterminazione può venire da chi nemmeno sa che autodeterminarsi è possibile. Ma sarebbe troppo facile e generoso.

Questa è vigliaccheria. È la scelta di abbassare la testa perché tenerla dritta sul collo è troppo faticoso. Il compromesso è più facile. Una vigliaccheria, certo, spesso inconsapevole: il patrimonio culturale, intimo, connaturato a molti, spinge in quella direzione. Nemmeno ci si accorge. Ma non perciò la codardia è giustificata. Chi ha tutti gli strumenti per capire e non li sfrutta compie peccato mortale. Non perde solo la sua libertà, rischia anche quella di chi gli sta attorno.

Ribellarsi allo Stato si può. Ribellarsi allo Stato è un dovere. Ribellarsi allo Stato è l’unico modo.

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