Il 6 Luglio 2026 gli edifici ampi e luminosi dell’Università di Al-Quds, ad Abu Dis, in Cisgiordania, erano pieni di studenti e studentesse. Mi trovavo lì per un viaggio con un'ONG locale, con l'obiettivo di raccogliere storie ed esperienze di vita quotidiana palestinese e riportarle in Europa.
Il primo impatto con l'università è stato abbastanza disarmante: per un momento sembrava di essere entrati nel depliant promozionale di un campus universitario europeo o nordamericano, lontano anni luce dall'immaginario della Palestina costruito in Occidente dai media.
L'università esiste dal 1984, nata dalla fusione di diversi college indipendenti nell'area di Gerusalemme, con l'obiettivo di creare un'università palestinese per gli studenti della Cisgiordania e di Gaza. Oggi conta più di 13 mila studenti e offre decine di corsi di studio, dalla Medicina alle Lettere, dall'Economia alla Giurisprudenza.
Ad aspettarci c'era un gruppo di studentesse e studenti, un vero e proprio comitato di accoglienza pronto a portarci in giro per il campus e a mostrarci ogni angolo dell'università. All'inizio eravamo noi a fare domande sulla loro vita quotidiana in Palestina, un po' incerti e formali. Poi, rapidamente, le domande sono diventate reciproche e, dopo qualche ora, come spesso accade tra coetanei, sembrava di conoscersi da sempre: si parlava di famiglie, relazioni amorose e squadre di calcio.
È lì che ho conosciuto Ward, uno studente palestinese-ucraino di 24 anni, prossimo alla laurea magistrale in Regional Studies, con un percorso legato agli studi nordamericani. Prima di salutarci, quel giorno, Ward mi aveva parlato di quanto sperava che in Europa potessero arrivare le storie di vita quotidiana degli studenti come lui. Qualche settimana dopo ci siamo risentiti per una lunga conversazione, alla quale ha partecipato anche la sua amica Yusra, 23 anni, studentessa di Genetica.
Posti di blocco allo studio
«Io vengo da Hebron – racconta Yusra – ma vivo qui, nei dormitori universitari. Preferirei stare a casa con la mia famiglia, ma purtroppo non mi è possibile. Hebron non è poi così lontana: normalmente ci vorrebbero circa due ore di viaggio, ma i posti di blocco militari possono rendere il tragitto molto più lungo e imprevedibile, fino alle quattro o cinque ore. Questo crea una situazione di incertezza, e non posso rischiare di perdere lezioni o esami».
In Cisgiordania, i posti di blocco (checkpoint) sono sbarramenti militari gestiti dall'esercito israeliano, situati alle uscite di città e villaggi. Spesso si presentano come barriere di cemento, transenne di metallo e torrette di guardia presidiate da soldati giovanissimi. Ne esistono centinaia. Il loro scopo è limitare il movimento dei palestinesi da una città all'altra, e chiudono o aprono a piacimento, portando le persone a vivere in una condizione di costante incertezza.
Per gli studenti che vivono in altre città della Cisgiordania, racconta Ward, il problema degli spostamenti inizia ancora prima dell'alba. «Io sono fortunato, vivo con la mia famiglia ad Abu Dis. Ma alcuni compagni di classe escono di casa prestissimo per riuscire ad arrivare in università. L'incertezza costante incide sulla frequenza, ma anche sui lavori di gruppo e persino sui risultati degli esami. Le strade possono essere chiuse senza preavviso, e alcuni giorni non è possibile arrivare in università».
A rendere più difficile lo studio, aggiunge, ci sono anche i problemi legati all'elettricità e alla connessione internet; Israele controlla la maggior parte della fornitura elettrica alla Cisgiordania, e spesso taglia la corrente come misura di pressione politica. «Quando viene tolta la corrente o internet non funziona, anche seguire le lezioni online o accedere ai materiali digitali diventa difficile».
Studiare in Palestina è come essere parte di una corsa a ostacoli, ed è difficile ascoltare queste storie senza pensare immediatamente alla propria esperienza universitaria. La mia, conclusasi appena due anni fa, la ricordo come il periodo più bello della mia vita. Ho conosciuto i miei migliori amici, passato giornate e serate indimenticabili, trascorso pomeriggi in biblioteca china sui libri, scoprendo l'indipendenza dell'età adulta.
Non ho mai dovuto confrontarmi con la possibilità di essere bloccata dai militari a pochi chilometri dall'università, né con la preoccupazione quotidiana che un'interruzione di corrente potesse impedirmi di studiare.
«A volte i posti di blocco vengono chiusi anche durante gli esami, oppure quando qualcuno sta male e deve raggiungere un ospedale. Succede anche che le forze israeliane entrino in università», spiega Ward. «Ci sono stati arresti di studenti, spesso senza alcun motivo. Abbiamo gruppi su Telegram e WhatsApp per tenerci aggiornati sui posti di blocco e sulle incursioni, per sapere quali strade sono aperte e quale percorso conviene prendere. Chi deve spostarsi in macchina controlla sempre questi gruppi prima di partire».
Quando l’arresto diventa parte dell’esperienza universitaria
Nel corso degli anni, l'esercito israeliano ha aumentato la violenza nei confronti delle università in Cisgiordania, con incursioni, aggressioni e arresti indiscriminati. Nell'aprile 2025, all'Università di Al-Quds c'è stata una pesante incursione israeliana, con gas lacrimogeni e granate stordenti, che ha portato al ferimento di 23 persone e all'arresto di vari studenti.
«Due anni fa un mio compagno di classe è stato arrestato», racconta Yusra. «È rimasto in prigione per due anni e non ha potuto continuare gli studi. Non è un caso isolato: ci sono ragazzi e ragazze prossimi alla laurea in detenzione amministrativa, e la loro vita si ferma. Quando escono dal carcere, sono indietro rispetto ai loro coetanei: mentre gli altri hanno già un lavoro, loro si trovano a frequentare ancora l'università, con il trauma aggiuntivo della prigionia».
La detenzione amministrativa è una misura con cui le autorità israeliane trattengono persone senza formulare accuse formali né celebrare un processo. I detenuti vengono incarcerati sulla base di prove "segrete", a cui né l'imputato né il suo avvocato hanno accesso; gli ordini di detenzione durano fino a sei mesi, ma vengono spesso rinnovati indefinitamente. Dal 2023 più di 12.000 persone sono state incarcerate con questa misura, e le violenze e i traumi della detenzione lasciano cicatrici indelebili.
«Ho visto le forze di occupazione entrare nell'università e attaccare gli studenti – racconta Yusra – anche dentro le aule. Sono scene raccapriccianti, che lasciano un senso di paura e impotenza. Non capisco il perché di questa violenza: stiamo solo studiando. Studiare è un diritto umano».
I programmi seguiti da Yusra e Ward sono realizzati in collaborazione con il Bard College di New York, e alcune lezioni vengono seguite online da studenti palestinesi e americani. «Ricordo una lezione in cui si parlava di diritti umani – prosegue Yusra – mi sembrava assurdo parlare del diritto allo studio e della libertà mentre, dall'altra parte dello schermo, noi studenti palestinesi affrontavamo enormi difficoltà proprio per poter essere lì e partecipare».
Per chi studia materie scientifiche, le limitazioni possono avere conseguenze ancora più concrete, come spiega sempre Yusra: «La genetica richiede lavoro di laboratorio, ricerca, accesso a risorse scientifiche e tecnologie avanzate. Ma per noi l'accesso non è sempre garantito. Abbiamo poca mobilità, poche risorse e meno opportunità. Come giovane donna palestinese, sento di dover lavorare il doppio per raggiungere opportunità che in altri paesi sono normali e fanno parte del percorso universitario. Ho molti sogni e non voglio lasciare il mio Paese per realizzarli: voglio costruirlo e migliorarlo, non soltanto parlare dei suoi problemi».
Avere 20 anni in Cisgiordania, tra sogni e checkpoints
«Siamo esattamente come ogni altro studente del mondo», dice Ward. «Amiamo venire all'università, vedere i nostri amici, studiare insieme, uscire. Siamo felici di poter studiare, ma soprattutto di costruire amicizie e ricordi che resteranno con noi per sempre».
Yusra concorda: «Mi piace moltissimo andare all'università. Gli studenti palestinesi sono molto ambiziosi e talentuosi, teniamo molto al valore dell’istruzione e amiamo studiare. A volte penso che questa situazione ci abbia resi ancora più determinati. Potremmo avere i voti, le competenze e il desiderio di partecipare alla ricerca o a programmi internazionali, ma le nostre circostanze rendono queste opportunità difficili da raggiungere. La ricerca moderna dipende dalla collaborazione internazionale, da tecnologie avanzate, grandi quantità di dati e laboratori specializzati, e noi ne siamo tagliati fuori».
Tra i sogni di Yusra c'è anche quello di poter trascorrere un periodo negli Stati Uniti. Aveva in programma uno scambio con il Bard College per il prossimo semestre, ma spiega che sarà probabilmente impossibile a causa della difficoltà di ottenere un visto per i palestinesi.
Ward sogna di proseguire con un dottorato in relazioni internazionali o scienze politiche e, un giorno, tornare a insegnare ad Al-Quds. Mentre Yusra vorrebbe continuare gli studi in genetica, fare ricerca e lavorare in Palestina. Quando chiedo loro cosa vorrebbero dire agli studenti delle università europee, Ward e Yusra rispondono in maniera quasi identica.
Oltre l'indifferenza
«Vorremmo dirvi: ascoltate le nostre storie, date valore alla nostra esperienza, cercate di capire che noi, studenti ventenni, siamo identici a voi, ma viviamo in circostanze difficilissime e inimmaginabili per molti. Tutto quello che vogliamo è condividere le nostre idee, la nostra cultura, e sapere che saremo visti e ascoltati».
Con l'università di Al-Quds alle spalle, mi sono chiesta come fosse possibile avere al mondo esperienze universitarie così simili e allo stesso tempo diametralmente opposte. Da un lato, ho visto e sentito in Ward, Yusra e gli altri studenti, lo stesso desiderio di studiare, divertirsi e seguire i propri sogni, di ogni altro studente che io abbia mai conosciuto. Dall’altro, le loro circostanze sono incasellate in un sistema di segregazione che impedisce quasi di avere speranze per il futuro, per quanto diventa difficile semplicemente arrivare all’ingresso dell'università incolumi.
Ogni mattina, uno studente universitario palestinese si sveglia e non sa se quello sarà il giorno in cui potrà prendere i voti massimi a un esame, essere fermo per 4 ore a un posto di blocco, o essere arrestato mentre cammina da una lezione all’altra.
Come europei e come italiani, difficilmente veniamo esposti alle storie di vita quotidiana palestinesi, e tendiamo a immaginare la Cisgiordania come un luogo di violenza e disperazione. Eppure, nel bellissimo campus dell'università di Al-quds, nel mercato di Betlemme o tra le fontane di Battir, la vita continua e i ragazzi di 20 anni si innamorano, litigano, studiano e sognano futuri grandiosi e tranquilli; esattamente come succede in ogni città italiana.
di Michela Grasso



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