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Non diamo per scontato il diritto all’aborto

Ancora una volta un uomo si arroga il diritto di sentenziare sulle scelte che riguardano l'autodeterminazione delle persone con utero. Il diritto all’aborto, sebbene regolato dalla legge da 48 anni, ancora oggi viene concepito come un capriccio e non come una scelta consapevole, con conseguenze che ne compromettono seriamente l’accessibilità, soprattutto in un territorio come il nostro. Un approfondimento a cura di Michela Loddo.

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Redazione Autore
4 OTT 2026
8 min
Immagine tratta dalla serie televisiva The Handmaid's Tale, conosciuta anche come Il racconto dell'ancella

Immagine tratta dalla serie televisiva The Handmaid's Tale, conosciuta anche come Il racconto dell'ancella

Nel nuovo programma elettorale di Futuro Nazionale, dopo un lungo elenco di questioni assimilabili più al Vangelo che a un programma politico, si sceglie di dedicare un punto alla questione aborto. In riferimento alla legge 194 del 1978 che regola l’accesso all’introduzione volontaria di gravidanza si legge che «essa, di fatto non prevede l’istituzione di un presunto “diritto di aborto”», ma «procede ad una depenalizzazione circostanziata dell’aborto che, comunque la si pensi, non istituisce un diritto». Verrebbe da chiedere scusa, Generale: forse avevamo capito male noi.

In un contesto in cui i diritti sulla salute delle donne passano al vaglio di Madre Teresa di Calcutta e del Papa, appare inevitabile che nel nostro Paese (il quale pare assomigliare sempre più alla Repubblica di Gilead), garantire un accesso al servizio senza ostacoli si rivela ormai pressoché impossibile.

Geografia e numeri di un diritto

Nel terzo rapporto sull’Interruzione Volontaria di Gravidanza (IVG) presentato nel settembre 2025 dall’associazione Medici nel Mondo alla Camera dei deputati si evidenzia in Sardegna l’assenza di informazioni trasparenti e aggiornate ostacoli l’accesso a un diritto fondamentale. Per anni, infatti, non è esistita una mappatura dei centri e del personale che applica la 194. Solo nel 2025 l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) ha pubblicato per la prima volta una mappa ufficiale che riporta i dati nazionali delle strutture in cui è reso possibile l’accesso al servizio. Sulla scia dell’ISS anche L.A.I.G.A, (Libera Associazione Italiana Ginecologi Non Obiettori), dal 2008 impegnata nella tutela delle persone che esercitano il proprio diritto all’aborto e del personale sanitario che applica la legge, ha creato una mappatura aggiornata dei luoghi in cui è possibile accedere all’IVG.

Secondo l’indagine condotta dall’Istituto Superiore di Sanità con il progetto CCM 2022, in Sardegna i reparti di ginecologia-ostetricia che offrono il servizio IVG sono 14 su 22 (ovvero il 63,6%). Tuttavia, spesso la possibilità di potervi accedere rimane un privilegio di poche, determinato anche dalla provincia di provenienza. In alcune aree infatti, l’accesso ai servizi abortivi è estremamente difficile: nell’ex provincia del Sud Sardegna oltre il 71% delle donne che ha richiesto un aborto ha dovuto spostarsi in un’altra zona, nella provincia di Oristano il 53%, mentre in quella di Nuoro il 39%. Questa difficoltà ha fatto sì che in molti casi le donne si trovassero costrette a spostarsi anche fuori regione.

Dai dati ministeriali emerge che nel 2023 nell’Isola erano obiettori/obiettrici di coscienza 96 ginecologi (53,3%), 76 anestesisti (41,5%) e 132 sanitari (26,4%). Tutte percentuali in calo rispetto agli anni precedenti ma ancora troppo elevate per una regione in cui l’accesso al servizio dipende strettamente dalla presenza di personale non obiettore.

La legge consente la legittimità dell’obiezione: chi si dichiara obiettore non è tenuto a prendere parte alle procedure e agli interventi, ma non è esonerato dall’assistenza che precede e segue l’intervento, sebbene molto spesso capiti che il personale obiettore non si occupi nemmeno di questo. A raccontarlo è una fonte anonima, operatrice sanitaria. «In uno degli ospedali in cui ho lavorato ero l’unica ostetrica non obiettrice per cui, oltre a garantire il normale servizio di lavoro, dovevo garantire la mia presenza anche durante gli interventi».

Tuttavia, una tendenza relativa agli anni 2025 e 2026 evidenzia che i dati ministeriali del 2023 dovrebbero ritenersi obsoleti, perché in ritardo rispetto alla situazione attuale e non rispecchiabili la realtà odierna, in cui si sta osservando che l’incremento dell’aborto farmacologico sta portando a una diminuzione degli obiettori. 

La Sardegna rispetto alle altre regioni ha ancora un alto tasso di aborti chirurgici, benché non ci sia uniformità nei metodi utilizzati. Nel 2022, il 20,9% delle IVG è stato effettuato tramite raschiamento, superando di più del doppio la media nazionale del 7,2%. Nel 2024, invece, il ricorso all’IVG farmacologica è aumentato, arrivando a toccare il 67,6%. Ma la situazione rimane fortemente disomogenea: mentre in alcuni ospedali il ricorso all’IVG farmacologica supera l’80%, in tre delle 14 strutture segnalate dall’ISS non è ancora disponibile.

«Su questo aspetto si stanno mobilitando anche gli operatori - spiega sempre l'operatrice - l’assunzione della pillola abortiva è molto meno invasiva per le donne, ma anche meno impegnativa, soprattutto in termini economici». Questo accade poiché nel fare ricorso all’aborto chirurgico viene coinvolto più personale sanitario tra ginecologi, anestesisti, ferristi e ostetriche. Inoltre, come già evidenziato sopra, l’accesso alla pillola abortiva è strettamente legato a un aumento del personale non obiettore.

Ostacoli, legali e non

Nonostante nel luglio scorso la Giunta Regionale abbia istituito un tavolo tecnico per l’attuazione delle linee guida ministeriali sull’aborto farmacologico, nell’Isola la deospedalizzazione non è ancora realtà. Il tavolo dovrebbe elaborare protocolli per l’erogazione dell’IVG farmacologica anche al di fuori degli ospedali, in regime di day hospital o con assunzione domiciliare, laddove le strutture siano collegate a presidi ospedalieri autorizzati. Tuttavia, c’è ancora molta difficoltà organizzativa, sia a livello regionale che delle singole ASL. L’Ospedale di Alghero e il Brotzu sono infatti le uniche strutture che garantiscono l’accesso all’aborto farmacologico a domicilio, muovendosi in autonomia. 

In seguito all’aggiornamento delle linee guida ministeriali sulla somministrazione della pillola abortiva (RU-486), un ruolo importante è svolto anche dalla rete dei consultori familiari, in Sardegna ancora poco coinvolti. I consultori attivi erano 59 nel 2023 e 69 nel 2024, pari a uno ogni 25.000 abitanti, benché lo standard minimo ne preveda uno ogni 20.000.

«I consultori familiari rivestono un ruolo fondamentale nell’ambito dell’interruzione volontaria di gravidanza» ci spiega un operatore sanitario dell’Ospedale di Lanusei. «Offrono ascolto e assistenza alla paziente che decide di intraprendere questo percorso, grazie alla presenza di un’équipe multidisciplinare. Nello specifico - prosegue - il consultorio provvede al rilascio del certificato necessario per richiedere l’IVG, effettua la consulenza ginecologica e fornisce informazioni in merito alle diverse metodiche contraccettive. Inoltre, garantisce un adeguato sostegno psicologico e sociale durante tutto il percorso, accompagnando la donna nelle diverse fasi della procedura».

Nel caso dell’Ospedale di Lanusei ad esempio, unico punto di riferimento per le donne in Ogliastra, la procedura di IVG viene successivamente effettuata presso il reparto di Ostetricia e Ginecologia mediante terapia farmacologica.

Una virtuosa realtà di supporto, nata con lo scopo di tutelare la salute riproduttiva delle donne in Italia, è Prochoice RICA (Rete Italiana Contraccezione Aborto). Fondata nel 2018 da attiviste e professioniste del settore, nasce con l’obiettivo di difendere il diritto alla scelta, all’aborto sicuro e alla contraccezione gratuita. L’associazione fornisce una mappa sempre aggiornata delle strutture in cui poter accedere all’IVG e offre supporto (anche online) alle donne che scelgono di abortire, anche attraverso la somministrazione della RU-486 a domicilio.

Dal sito dell’associazione, inoltre, è consentito scaricare una guida (IVG senza MA) che raccoglie tutte le procedure e le indicazioni da seguire a partire dai problemi incontrati più frequentemente da chi vuole abortire. Una sezione in particolare è dedicata alla risoluzione dei disservizi e al superamento degli ostacoli spesso posti volontariamente dagli obiettori o dall’organizzazione della struttura. Come spiega la nostra fonte, accade spesso per esempio che i medici impongano alle donne 7 giorni di riflessione prima di procedere all’esecuzione dell’IVG, come previsto dalla legge. In alcuni casi però il medico può decidere di procedere con un intervento d’urgenza senza aspettare i 7 giorni.

«Se ci pensiamo bene, i 7 giorni a cosa servono? - si chiede l’ex ostetrica - se una donna va a chiedere di poter abortire è perché ha già deciso. Invitarla a riflettere per 7 giorni implica che tu la stia considerando non in grado di prendere una decisione di questo tipo in autonomia. Nessuno dovrebbe poter sindacare la mia decisione».

Un ulteriore problema riguarda inoltre lo stigma che ancora pesa sulla questione. «Per le strutture che lo praticano, fare aborti è considerato non onorevole» prosegue. Nelle piattaforme online di alcune ASL, per esempio, raramente si trova scritto Servizio per l’accesso all’aborto; è più probabile che per farvi riferimento si usino perifrasi che tendano a evitare il termine aborto, come Servizio per la prevenzione delle gravidanze indesiderate. Allo stesso modo, non è immediato trovare informazioni relative ai giorni e agli orari nei quali si può accedere al servizio. «Ancora oggi quando si parla di Sanità e Salute in Sardegna l’interruzione volontaria di gravidanza è considerata un’attività di secondo piano, di infima categoria» conclude la nostra fonte.

Le testimonianze e i dati raccolti dimostrano che l’esistenza della legge, da sola, non implica un automatico accesso al diritto all’aborto, che è invece continuamente ostacolato da politiche non interessate a tutelarlo. Quello che pare accadere è la conferma che un diritto, una volta dato, non sia da considerarsi acquisito per sempre, ma debba essere costantemente difeso per evitare che, decreto dopo decreto, venga smantellato. Ce l’ha insegnato una volta una vecchia amica: Nolite te bastardes carborundorum.


di Michela Loddo

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