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Post-crescita e Sardegna: impossibile parlarne?

Smettere di crescere, anche regredire se necessario. Il tutto guidati dalla consapevolezza che l'impatto dell'essere umano sul Pianeta sia diventato irrimediabilmente insostenibile. Ne parliamo nel nuovo articolo legato alla rubrica "PROTEIN - Strappare il corpo/mente umano al sistema che lo distrugge".

Maurizio Onnis
Maurizio OnnisAutore
30 SET 2026
7 min
Immagine di repertorio Canva

Immagine di repertorio Canva

La Sardegna è la nostra Itaca. È una terra "aspra", ma per niente "misera". È "fertile", abbondante "d’ogni pianta" e i corsi d’acqua vi "corrono perenni". Le "piogge la rendono sempre feconda" ed è una "buona nutrice" di bestiame. È insomma l’ideale per mettervi casa e viverci, crescendo nella pace, sapendo di non mancare di niente. E se leggendo sentite lo stomaco stringersi, come per una nostalgia improvvisa, è perché avvertite in queste parole l’immagine della Sardegna. Dipinta così come Itaca è ritratta dalla dea Atena per Odisseo.

Perché dunque, com’è successo, che "una delle isole che sorgono dal mare", la nostra amatissima Sardegna, che noi davvero riconosciamo capace di darci tutto, sia divenuta una terra dalla quale i giovani fuggono, popolata in buona parte da vecchi, obbligata a importare cibo da oltre Tirreno, vessata e colonizzata dai forestieri? Dove abbiamo peccato, quale terribile errore abbiamo compiuto per arrivare a questo?

Un momento: prima c’è altro

Sono domande alle quali non possiamo più rispondere come avremmo fatto fino a pochi anni fa. Perché è cambiato tutto, molto velocemente, e questo “tutto” coinvolge anche la Sardegna e i sardi, che lo vogliano o meno. Persino i più retrivi conservatori, persino chi è più tenacemente attaccato all’ordine delle cose da sempre vissuto, di qualsiasi formazione culturale e colore politico, si rende conto che il mondo sta andando nella direzione sbagliata. Dove per “mondo” intendiamo l’insieme degli esseri umani e della Terra in cui abitano. E dove per “direzione sbagliata” intendiamo un futuro minaccioso fatto di lotta al coltello per sopravvivere, legge del più forte, sofferenza per tutti e disastri per i deboli, ovvero un futuro di nuove, estreme disuguaglianze.

Se sempre più ce ne preoccupiamo è perché questo futuro è già presente. I suoi segni sono tra noi, facilmente leggibili. Non tanto e non solo la malattia, la guerra e la persecuzione. Queste le abbiamo sempre avute, ciclicamente tornano e, come sono riapparse in blocco, in blocco se ne andranno, una volta “guarita” l’umanità dal contagio.

Ci riferiamo all’inesorabile scivolamento del clima verso soglie di caldo, freddo e tempesta non governabili e intollerabili per quasi tutti noi. “Quasi” perché appunto c’è chi può e già sta cercando rifugio in Patagonia o altre latitudini considerate adatte a ripararsi dalla catastrofe. Che le Nazioni Unite, abbandonando per una volta l’abituale linguaggio prudente e paludato, dà per inevitabile. L’overshoot, il superamento della soglia di 1,5 °C di riscaldamento globale rispetto ai livelli preindustriali, è certo. Le sue conseguenze drastiche. La possibilità di “rientrare” nei limiti del sopportabile affidata alla volontà politica degli Stati, che la enunciano a parole e dimenticano poi di darle seguito con atti concreti.

Dalla crescita alla post-crescita

In altri termini. L’essere umano comune ha paura, ma non molto da perdere, e dice ciò che è inconfessabile per l’essere umano di potere. Pure lui ha paura, ma anche molto da perdere e perciò finge che non stia accadendo niente, fa il riduzionista, guarda da un’altra parte. Ma la realtà non cambia: siamo usciti dall’era della “crescita” e siamo entrati nell’era della “post-crescita”.

Siamo usciti dal tempo in cui le cose si possono misurare in termini di sviluppo, PIL e reddito pro-capite. Per il semplice motivo che tutti questi criteri comportano l’aumento del consumo di energia e materiali oltre la soglia delle riserve disponibili sul pianeta. E, più il tempo passa, più credibilità perdono gli studi che indicano come percorribile la strada della “crescita sostenibile”. Se deve tradursi, da Bibbia dell’economismo e come piacerebbe alla maggioranza, in più consumi per tutti, la crescita non è sostenibile. Per nulla.

Siamo entrati nel tempo in cui bisogna rallentare. Secondo alcuni di più: fermarsi o addirittura regredire. Cioè intascare meno soldi, bruciare meno energia, comprare meno. Tutti passi per i quali i concetti di “sviluppo” e “PIL” appaiono inservibili, obsoleti. Ci troviamo in una nuova fase: quella che segue alla crescita. Una fase da governare senza farsi prendere dal panico: perché, se solo lo vogliamo, possiamo superare anche questo ostacolo. 

Non si tratta di fare gli apocalittici. Non è nemmeno millenarismo. È la consapevolezza che dobbiamo muoverci in una nuova direzione e che, per questo, servono nuovi parametri.

Una definizione di post-crescita

Molte definizioni di post-crescita circolano in ambito accademico. Quella che preferiamo l’ha enunciata Timothée Parrique, un francese poco meno che quarantenne, oggi ricercatore a Losanna in facoltà di economia e management. Una definizione sintetica e densa, che tiene assieme i tanti capi della faccenda. Parrique scrive che la post-crescita è la “riduzione della produzione e del consumo per alleggerire l’impronta ecologica, democraticamente pianificata in uno spirito di giustizia sociale e con una attenzione al benessere”. 

È possibile riprendere tutti i punti della definizione, uno per uno, e riempirli dei contenuti che ciascuno di noi sa adatti. Quindi, ad esempio: piantarla di bruciare benzina, fabbricare miliardi di smartphone e mandare B-52 in missione, se vogliamo riportare il clima entro limiti tollerabili per l’essere umano; scegliere come produrre e consumare meno tutti assieme, perché certe decisioni non possono calare dall’alto sulla testa dei cittadini; farlo sapendo che chi è povero oggi ha diritto a un trattamento diverso e più vantaggioso rispetto a chi è ricco; arrivarci senza rinunciare a vivere bene, tutti e con tutto il necessario, forse la cosa più complicata. Per approdare dove? 

In quella che Parrique chiama “un’economia stazionaria in armonia con la natura, dove le decisioni sono prese insieme e le ricchezze sono equamente condivise, in modo da poter prosperare senza crescita”. L’essenza della post-crescita, insomma. Che non è un depauperarsi, non è un impoverirsi, non è tornare all’età della pietra. Ma usare con criterio le risorse offerte dalla Terra per permettere, alla Terra innanzitutto, di conservare le condizioni climatiche adatte alla vita umana e ai nostri nipoti di non dover combattere per salvarsi o cercare rifugio su mondi sconosciuti.

Parlare di post-crescita in Sardegna

È possibile parlare di post-crescita in Sardegna? Di primo acchito viene da rispondere che dovrebbe essere proibito: quanto è ingiusto puntare a “un’economia stazionaria” in un luogo che non ha ancora nemmeno lontanamente sviluppato le sue potenzialità? Non si può, non va bene, prima abbiamo bisogno d’altro.

Eppure è necessario. Perché la crisi di sistema nella quale si trova il genere umano ci riguarda e ci coinvolge. Guardiamo oltre le apparenze: il diluvio di progetti per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili che investe oggi l’Isola non è il frutto di un saggio ripensamento del comune modo di vivere. È il disperato tentativo di creare più carburante, per poter produrre e consumare ancora più beni di quelli disponibili oggi. È un effetto perverso dello “sviluppismo” che attanaglia la maggior parte dei cittadini e certamente tutti i governi.

Di sicuro non è un segno della volontà dello Stato italiano (e degli Stati casa delle multinazionali sbarcate qua) di penetrare una nuova visione dell’economia e farla propria. Non foss’altro per l’assoluto disinteresse mostrato nei confronti dei sardi e dei loro bisogni. Niente che abbia a che fare con una divisione equa delle ricchezze, con una assunzione democratica delle decisioni, con uno spirito di giustizia sociale. Niente, insomma, che abbia a che fare con la post-crescita.

Prima ne parliamo, anche noi qui, in questa terra "aspra", ma "fertile" e per niente "misera", e prima potremo disegnare per l’Isola e la sua gente una società nuova. Rendendo obsolete le domande che ponevamo all’inizio. Tutte giuste e sacrosante, cui serve dare una risposta per capire il passato. Ma già vecchie e inadatte a soddisfare la nostra curiosità sul futuro: verso cosa stiamo andando? 


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