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La Sardegna sperimenta il “phone ban”, ma il problema non è solo togliere il telefono

Dall'Isola parte il primo phone ban, iniziativa nata da uno scambio di idee tra la Garante regionale per l’infanzia e l’adolescenza Anna Cau e la Fipe Confcommercio Sardegna. Nei locali che hanno aderito al progetto, per un mese alle famiglie saranno forniti giochi, materiale informativo e una guida su bambini, bambine e adolescenti in un mondo sempre più digitale. Si toglie lo smartphone, si offrono strumenti per garantire presenza. Un invito quindi a disconnettersi che apre però una riflessione più ampia: possiamo chiedere alle famiglie di ridurre gli schermi senza interrogarci sul carico di cura che già sostengono? Ne parliamo attraverso un'intervista alla neuropsichiatra Vanessa Barrui.

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Lisa FerreliAutrice
10 NOV 2026
10 min
Immagine di repertorio Canva

Immagine di repertorio Canva

Ne ha parlato anche The Guardian. “A tavola senza schermi” è un progetto sperimentale (a quanto emerge, il primo in territorio italiano) avviato dal primo novembre in quindici ristoranti sardi con lo scopo di riportare il dialogo nei pasti in famiglia. Lo chiamano anche phone ban, un divieto quindi all'utilizzo di smartphone volto a “disconnettere” le persone minori nei ristoranti, esteso però anche alle persone adulte. Se un tempo si diceva che “a tavola non si invecchia” per sottolineare come buona compagnia e buon cibo siano alleati del benessere, oggi quel proverbio parrebbe quindi essersi aggiornato: se a tavola non vuoi invecchiare, il telefono non devi scrollare. Eppure, le variabili che alimentano l'incanto tra occhi e schermo, non sono così facili da disinnescare. E no, non è solo una questione di dipendenza.

Guardare agli smartphone come semplici ostacoli al dialogo e alla convivialità, facilmente rimovibili, potrebbe essere una semplificazione in grado di oscurare (o ancora peggio, di porre sotto la lente del giudizio morale) la quotidianità delle famiglie. E la sperimentazione - in parte - lo contempla: nei ristoranti aderenti all'iniziativa sarà infatti presente il “Kit del Ritrovo”, con giochi e attività pensati per fasce d’età da utilizzare a tavola, insieme a un pieghevole informativo per i genitori sulla gestione del rapporto con il digitale.

La questione infatti è che la riflessione sull'utilizzo degli smartphone come strumenti di intrattenimento per bambini, bambine e adolescenti, non può fermarsi alla rimozione del telefono dal tavolo. Per la neuropsichiatra infantile Vanessa Barrui, deve riguardare ad esempio il tempo, la gestione del lavoro di cura, le reti di sostegno, il welfare e le possibilità concrete che una famiglia ha di esercitare il proprio ruolo educativo. È vero: le evidenze scientifiche sugli effetti dell'esposizione a uno schermo sono ormai consolidate, ma la domanda che resta riguarda anche le condizioni sociali, economiche e culturali nelle quali quelle indicazioni dovrebbero essere messe in pratica. Perché la possibilità di una famiglia di esercitare il proprio ruolo educativo dipende anche dal contesto in cui vive.

Dottoressa Barrui, partiamo dalle basi. Quanto possono essere dannosi gli schermi?

Credo che per rispondere a questa domanda sia necessario partire da una considerazione: non è corretto dire che qualsiasi esposizione a uno schermo produca un danno neurologico. Abbiamo però una quantità importante di evidenze che ci invita ad essere particolarmente prudenti, in particolar modo nei primi anni di vita, momento in cui il cervello di un bambino ha un’incredibile plasticità. In questa fase si costruiscono delle competenze fondamentali attraverso le esperienze nel rapporto con l’adulto: il contatto di sguardo, la reciprocità nella comunicazione, l’esplorazione sensoriale, il movimento e il gioco.

Il punto centrale è proprio questo: lo schermo fornisce tantissimi stimoli ma non sarà mai in grado di riprodurre la complessità dell’esperienza face to face. Pensiamo banalmente al linguaggio: il bambino non impara semplicemente ascoltando le parole, ma impara attraverso lo scambio comunicativo. Senza entrare in discorsi complessi, l’utilizzo degli schermi agisce negativamente anche sul sonno, sulla capacità di autoregolazione e sullo sviluppo motorio. E dobbiamo preoccuparci non solo degli schermi utilizzati dai bambini ma anche di quelli utilizzati dagli adulti in loro presenza. Questo fenomeno si chiama technoference ed è l’interruzione dell’interazione tra genitore e bambino dovuta all’utilizzo di videoterminali.

Perciò la mia posizione è prudente: nei primi due anni di vita eviterei l’esposizione agli schermi. Successivamente adotterei un’esposizione graduale, con tempi contenuti: screen time limitato, contenuti adeguati all’età e soprattutto con la mediazione dell’adulto.

Nelle scorse settimane si è parlato ampiamente della sperimentazione del primo phone ban in territorio italiano, ma andando oltre la cronaca la domanda che sorge spontanea è: ci stiamo interrogando abbastanza sulle ragioni per cui tante famiglie finiscono per ricorrere agli smartphone per intrattenere bambini e bambine?

Questa domanda fornisce tanti spunti di riflessione. A partire dal fatto che siamo diventati tanto bravi a spiegare a mamme e papà quali comportamenti dovrebbero adottare per potersi definire dei bravi genitori, attenti, aggiornati e al passo con i tempi, ma ci interroghiamo troppo poco sulle condizioni nelle quali questi comportamenti devono essere messi in pratica. Lo smartphone è diventato uno strumento di gestione del carico di cura. Viene spesso utilizzato per intrattenere il bambino mentre il genitore prepara la cena, lavora, si occupa degli altri figli o semplicemente cerca di recuperare un momento di tranquillità. Dobbiamo chiederci perché sempre più persone mettono in atto queste strategie.

Questo ovviamente non significa sostenere che l’utilizzo dello smartphone a questi scopi sia una scelta adeguata o che dobbiamo smettere di riconoscere le evidenze scientifiche. Significa semplicemente distinguere la valutazione di un comportamento e il giudizio sulla persona che lo mette in atto. Un genitore che ricorre allo smartphone, a volte, non è un genitore disinteressato o inconsapevole dei rischi. Magari è una persona stanca, con poche risorse, o senza una rete di supporto adeguata. Credo che dovremmo chiederci più spesso quale sia il bisogno che quella famiglia sta cercando di soddisfare e quali alternative concrete abbia a sua disposizione. C’è una differenza abbastanza netta tra conoscere la strategia educativa migliore e riuscire concretamente ad applicarla nella quotidianità.

Ecco, quando si invita un genitore a togliere lo smartphone dal tavolo, ci si chiede anche quali strumenti abbia concretamente a disposizione per fare altrimenti? Quanto pesano il sovraccarico di cura, la mancanza di tempo, di servizi e di reti di sostegno?

Oggi chiediamo ai genitori di essere estremamente presenti, competenti, consapevoli, aperti mentalmente. Chiediamo loro di occuparsi dell’alimentazione, del sonno, dello sviluppo psicomotorio, del linguaggio, della regolazione delle emozioni, e della educazione digitale dei figli. Tutto questo è importante ma dobbiamo domandarci quanto tempo e quante risorse abbiano davvero a disposizione. La genitorialità contemporanea si deve scontrare con difficoltà concrete come orari lavorativi poco compatibili con i bisogni familiari, difficoltà di accesso ai servizi per l’infanzia, costi elevati, riduzione delle reti familiari e di vicinato, distribuzione diseguale del lavoro di cura.

Ci sono tante famiglie che non dispongono di una rete di sostegno (nonni, amici, parenti), che non hanno la disponibilità economica per accedere a servizi educativi o opportunità ricreative. Questo cambia radicalmente il modo in cui viene affrontata la genitorialità. Credo che si stia via via perdendo anche la dimensione comunitaria della cura: qualche decennio fa ad esempio, esistevano più momenti di condivisione quotidiana (il vicino di casa, la nonna nella porta accanto, un’altra madre con cui confrontarsi). Oggi abbiamo tantissimi contatti sul telefono ma pochi a cui rivolgerci per poter chiedere: mi tieni il bambino cinque minuti?. Ecco perché penso che soprattutto noi medici non possiamo prescrivere del tempo di qualità con i figli senza chiederci quale sia l’effettiva disponibilità di tempo.

Ci tengo a precisare anche che sarebbe bello che imparassimo tutti quanti che i bambini non devono essere necessariamente intrattenuti: dovremmo capire che la noia e il gioco spontaneo sono elementi preziosissimi e i momenti di inattività non devono essere necessariamente riempiti da uno schermo, ma nemmeno da un adulto che organizza continuamente attività.

C'è il rischio che iniziative come quella del phone ban, pur animate da buone intenzioni, finiscano per spostare tutta la responsabilità sulle famiglie? Quanto conta il tema del welfare e delle politiche pubbliche?

Il rischio c’è ed è concreto. C’è una tendenza nella nostra società a trasformare problemi complessi in questioni di responsabilità individuale. Tendiamo a dare ai genitori informazioni, raccomandazioni e indicazioni su cosa dovrebbero fare per essere dei bravi genitori ma non ci interroghiamo su quali siano le condizioni necessarie per poterle mettere in pratica. Credo che la salute dei bambini non possa essere categorizzata come una questione privata: è certamente responsabilità dei genitori ma anche dei servizi sanitari e delle istituzioni, oltre che delle politiche pubbliche.

Pensiamo banalmente all’accessibilità dei nidi, ai congedi parentali, alla conciliazione tra lavoro e famiglia. Sono tutti elementi che incidono indirettamente sulle abitudini digitali dei bambini perché determinano inevitabilmente il contesto nel quale le famiglie vivono e organizzano la propria quotidianità. Quest’anno è stato pubblicato un importante lavoro scientifico relativo l’esposizione agli schermi in infanzia e adolescenza, nel quale viene riconosciuto esplicitamente che la carenza di servizi per l’infanzia, gli orari lavorativi prolungati e la mancanza di spazi di aggregazione possono essere associati a una maggiore esposizione ai videoterminali.

Tra le varie proposte per ovviare al problema c’è la creazione dei cosiddetti third spaces: biblioteche, parchi e centri comunitari nei quali bambini e famiglie possono incontrarsi e svolgere delle attività al di fuori degli ambienti digitali. Trovo questa soluzione particolarmente importante perché sposta il focus dalla colpevolizzazione alla corresponsabilità.

È sufficiente allora educare a un uso consapevole della tecnologia, oppure anche in questo caso dovremmo chiederci quali condizioni sociali permettono davvero ai genitori di mettere oggi in pratica quell'educazione?

Credo che l’educazione digitale sia necessaria ma da sola non sufficiente. E bisogna distinguere due momenti: quello in cui si protegge il bambino da un’esposizione precoce e inappropriata, e il momento successivo, durante il quale accompagnarlo verso un utilizzo più consapevole. Personalmente sconsiglio l’esposizione agli schermi prima dei due anni di età, fatta eccezione per le videochiamate. A quell’età i bambini non sono ancora in grado di trasferire nella realtà le informazioni apprese di fronte a uno schermo. Imparano molto più efficacemente con l’interazione diretta con i genitori.

L’educazione digitale non dovrebbe essere rivolta solo ai bambini ma dovrebbe coinvolgere anche gli adulti. Dovremmo interrogarci sul nostro rapporto con gli smartphone, sulla continua disponibilità ad essere raggiungibili, sulle notifiche, sulla tendenza a riempire i vuoti con uno schermo. Non possiamo chiedere ai nostri figli di costruire un rapporto equilibrato con la tecnologia se noi siamo i primi a non averlo. E poi c’è un altro elemento: dovremmo offrire delle alternative, restituendo valore e spazio al gioco libero, alla lettura, alle attività all’aperto.

In conclusione, non sono pochi i genitori che raccontano di sentirsi costantemente giudicati: se danno uno smartphone ai figli vengono accusati di disinteressarsene, se non lo fanno devono comunque gestire da soli carichi di cura sempre più pesanti. Lo accennavamo anche prima: come si esce da una narrazione che rischia di colpevolizzare le famiglie invece di sostenerle?

Oggi i genitori sono sottoposti a una quantità enorme di informazioni spesso contrastanti e a un livello di aspettative molto elevato. Ne deriva che la genitorialità sta diventando inevitabilmente una prestazione da dimostrare, nella quale ogni comportamento viene interpretato come un indicatore di qualità del genitore. Da neuropsichiatra penso che il mio compito non sia giudicare le famiglie ma capirne le dinamiche, individuare le criticità e proporre strumenti concreti per affrontarle.

Dobbiamo imparare a distinguere tra la necessità di fornire informazioni scientificamente corrette e la tentazione di trasformarle in giudizi morali. Comprendere perché un genitore ricorre allo smartphone non significa sostenere che quell’utilizzo sia appropriato, ma significa che per modificare un comportamento dobbiamo prima comprenderne le ragioni e aiutare quella famiglia a trovare delle strategie alternative sostenibili.

Credo anche che dobbiamo abbandonare l’idea che la genitorialità sia una responsabilità da affrontare da soli. È anche per questo che considero importanti tutte le iniziative che promuovono la socializzazione tra famiglie e il sostegno reciproco. Non tutto deve necessariamente passare attraverso un intervento sanitario. Sarebbe auspicabile ottenere una narrazione differente: non genitori da correggere, ma famiglie da accompagnare.

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