Qualche tempo fa mi è stato chiesto come mai noi giovani, noi ragazzi, abbiamo una visione così negativa del futuro; come mai sembra che la nostra generazione sia così spaventata per il suo futuro. In quel momento ho realizzato meglio che in altri l’esistenza di una così grande differenza di percezione generazionale. Per me sono evidenti le cause politiche, economiche, ambientali che generano l’incertezza nella nostra visione del futuro - o meglio dire, la certezza che il futuro ci sta venendo tolto giorno dopo giorno.
Questo è un tema ricorrente nella nostra quotidianità, nelle conversazioni con i colleghi di università, nei contesti di socialità, nelle discussioni con la famiglia; è una costante la consapevolezza di quanti pochi mezzi e risorse ci stiano lasciando. Forse un tempo paura del futuro significava paura dell’ignoto, nasceva dal non sapere cosa aspettarsi dalla vita, ed era un non sapere che poteva essere riempito di speranze. Oggi invece la paura del futuro è una cosa completamente diversa, perché ha a che fare con il sapere, con il conoscere esattamente quello a cui stiamo andando incontro.
Attualmente la popolazione mondiale è in debito ecologico con la Terra: abbiamo consumato in appena sette mesi le risorse che il Pianeta genera in un anno; la crisi climatica sta assumendo forme sempre più evidenti e impattanti, le disuguaglianze economiche sono in aumento, gli stipendi sono fermi a trent’anni fa e stanno perdendo in modo significativo e non uniforme il loro potere d’acquisto. Queste consapevolezze sono un qualcosa di ancora più tragico quando ci si sta affacciando al mondo adulto, quando si ha bisogno di stabilità, di garanzie, di strumenti per costruire una propria vita indipendente. Ed è da questo che nasce la preoccupazione ma soprattutto la rabbia dei giovani.
Ovviamente parlare di giovani come una categoria uniforme può essere fuorviante: non tutti i giovani esperiscono le stesse difficoltà, e non tutti hanno perciò lo stesso sguardo sull’avvenire; alcuni di noi vivono nella periferia di una città, altri in piccoli paesi mal collegati con il resto del territorio, altri ancora vivono in centro e frequentano un’università privata; alcuni hanno avuto un’infanzia semplice, altri hanno vissuto in famiglie disfunzionali. C'è poi chi ha viaggiato, chi ha lavorato per aiutare i genitori. Alcuni sono italiani di seconda generazione, altri vivono in regioni marginalizzate, altri ancora provengono da contesti privilegiati. Tutte queste sono differenze che rendono difficile, ma non impossibile, fare un discorso sui giovani, ed è quindi giunto il momento di chiedersi: cosa ci ha spinto in piazza in queste settimane?
Casus belli
Dal mio punto di vista, e da quello delle persone vicine a me, quello che ci ha mobilitato sono le stesse motivazioni e la stessa rabbia che già da un po’ di tempo, ma in modo sempre crescente, alimentano tutte le manifestazioni: che si tratti dell’ambiente e del clima, che si tratti della Palestina e delle guerre, che si tratti di lottare contro grosse opere private che richiedono terreni e risorse delle comunità locali, la causa scatenante è sempre un sistema estremamente violento che privilegia il profitto individuale e privato rispetto al benessere della collettività e ad una equa distribuzione delle risorse naturali ed economiche.
Poi ci saranno giovani che esperiranno di più l’impatto del cambiamento climatico, altri la mancanza di fondi nella loro scuola, altri la scarsità di collegamenti ed i prezzi insostenibili dei trasporti, o ancora la differenza sociale che li allontana ed esclude dai coetanei. Ci sono poi quelle persone giovani che non vengono toccate direttamente da nulla di tutto questo ma lo osservano attorno a loro. La differenza con gli adulti sta unicamente nel fatto che noi stiamo affrontando tutto questo nell’esatto momento in cui ci viene socialmente richiesto di fare il nostro ingresso nel mondo.
In realtà, forse anche nel momento in cui abbiamo il desiderio di fare il nostro ingresso nel mondo: vogliamo essere parte attiva della società, ma ci troviamo di fronte a situazioni di precarietà personale e geopolitica, che ci impediscono di prenderci realmente il nostro spazio se non cambiandone radicalmente la costituzione stessa e mettendo in discussione l’intero sistema. È da questa necessità ed è per questi motivi che lo spazio della piazza diventa il luogo principale dell’azione dei giovani.
Rumor
Poi c’è un altro punto saliente, anzi fondamentale, ovvero la narrazione che si è fatta e che si continua a fare delle piazze. Perché è molto facile scandalizzarsi di fronte ai danneggiamenti, condannare un furto; è facile innalzarsi moralmente a giudici di fronte a qualsiasi soggetto che non stia immobile nella posizione di vittima. Ed è molto più facile stabilire quali sono i confini legittimi entro cui chi protesta dovrebbe muoversi, che agire effettivamente in cerca di un cambiamento.
Eppure quello che succede nelle piazze non nasce lì: una vetrina di Foot Locker spaccata in manifestazione è il sintomo (e non la causa) di una società che soffre della disuguaglianza, è la violenza di un sistema che sfrutta, opprime, marginalizza e uccide le persone, è la violenza della polizia che invece che garantire lo svolgimento della manifestazione, carica le persone manifestanti e agita la piazza.
Come si può chiedere a giovani che vivono tutti i giorni sulla loro pelle e attorno a loro le conseguenze di una realtà violenta, diseguale, che distribuisce sofferenza, di incanalare tutto questo nel modo più gentile e meno disturbante possibile nei confronti di quella stessa gerarchia di potere che agisce tale violenza? D’altronde, storicamente nessun cambiamento è avvenuto chiedendo il permesso, rimanendo nei ruoli imposti dalla realtà sulla quale si voleva agire cambiamento. La stessa Rivoluzione Francese - tanto osannata dalla borghesia di tutta Europa come fondamento delle nostre liberaldemocrazie - non mi sembra sia avvenuta chiedendo il consenso del Re, senza disturbare il quieto vivere della città di Parigi.
È intellettualmente disonesto condannare le piazze senza voler vedere la violenza contro cui stanno combattendo e senza cui non si sarebbero riempite. Ci si può dispiacere per il negozio del piccolo commerciante finito in mezzo alla guerriglia urbana, ci si può dispiacere per un agente in servizio ferito mentre presidiava ad una manifestazione, ma non si può non ricordare che questa è solo la storica e naturale conseguenza di una violenza sistemica operata a discapito dei più deboli, delle categorie marginalizzate, dei poveri, dei giovani a cui è stato rubato il futuro nel momento stesso in cui loro stavano venendo al mondo.
La violenza non è delle piazze, non è dei giovani e non è di chi lotta. La violenza è quella di chi elargisce decreti sicurezza a piazze che chiedono pane.
di Veronica Piras




