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Marx vs AI: ogni rivoluzione tecnologica è anche una lotta per il potere

Un’analisi che rilegge l’intelligenza artificiale attraverso le categorie di Karl Marx, mettendo in luce come l’economia dei dati riproduca nuove forme di sfruttamento e concentrazione del potere. Di Daniele Garzia.

R
Redazione Corrispondente
5 MAG 2026
5 min
Karl Marx

Karl Marx

C’è un fantasma che si aggira per l’AI. È il fantasma di Karl Marx. Non perché Marx abbia mai immaginato algoritmi, reti neurali o modelli linguistici, ma perché le categorie critiche che ha elaborato per analizzare il capitalismo industriale sembrano tornare con inquietante precisione nell’economia digitale contemporanea. Se nel XIX secolo il capitalismo trasformava il lavoro umano in merce, nel XXI esso sembra aver trovato una nuova materia prima: i dati prodotti dalle nostre vite. L’intelligenza artificiale, presentata come una tecnologia neutra e inevitabile, diventa uno dei dispositivi centrali di una nuova forma di dominio economico e politico, nelle mani di una ristretta oligarchia tecnologica.

L’estrazione dei dati: il nuovo sfruttamento

Per Marx il capitalismo non è semplicemente un sistema di scambio: è un sistema di estrazione. Il capitale si alimenta appropriandosi di lavoro non pagato, la famosa “plusvalenza”. Una logica che nella società digitale cambia forma. Le piattaforme e i sistemi di intelligenza artificiale si fondano su un processo che si potrebbe definire estrazione di dati. Ogni interazione online - una ricerca, un messaggio, una foto, una preferenza, un percorso tracciato dal GPS - diventa materiale grezzo per l’addestramento degli algoritmi. Le nostre vite quotidiane vengono trasformate in dataset.

Ciò che appare come partecipazione gratuita alla vita digitale è, in realtà, un processo di produzione invisibile. Gli utenti generano valore continuamente senza essere riconosciuti come lavoratori. Il capitale digitale non paga salari per questo lavoro diffuso: lo incorpora silenziosamente nei modelli che addestra. Il cellulare è sempre con noi. In questo senso l’AI realizza una forma estrema di quello che Marx chiamava sussunzione reale del lavoro al capitale. Non solo il lavoro organizzato viene subordinato alla macchina: l’intera vita sociale diventa una fonte di valore economico.

La produzione di dati è distribuita tra miliardi di individui, ma il controllo dell’infrastruttura che li raccoglie e li trasforma in profitto è concentrato nelle mani di poche grandi aziende tecnologiche. Si crea così una nuova forma di accumulazione: non più fondata principalmente sulle fabbriche, ma sulle piattaforme e sugli algoritmi.

La macchina che si nutre: dal Capitolo XIII del Capitale all’AI

Il risultato è una polarizzazione crescente. Da una parte, una ristretta oligarchia che controlla i sistemi di intelligenza artificiale e le immense infrastrutture computazionali necessarie per addestrarli. Dall’altra, una moltitudine che produce continuamente il materiale su cui queste macchine si alimentano. Nel Capitolo XIII del Capitale, dedicato alle macchine e alla grande industria, Marx descrive come il capitalismo utilizzi la tecnologia per trasformare radicalmente il processo lavorativo. La macchina, scrive Marx, non è introdotta per alleviare la fatica del lavoratore, ma per aumentare il controllo del capitale sul lavoro.

La macchina diventa un mezzo per disciplinare il tempo, standardizzare i gesti e ridurre l’autonomia del lavoratore. In fabbrica, il ritmo non è più determinato dall’esperienza dell’operaio ma dal movimento meccanico della macchina. L’intelligenza artificiale rappresenta un’estensione di questa logica. Se la macchina industriale organizzava il lavoro fisico, l’AI tende a organizzare il lavoro cognitivo.

Gli algoritmi analizzano, classificano, prevedono. Nei sistemi di gestione del lavoro - dalle piattaforme di consegna fino agli uffici digitalizzati - l’AI stabilisce percorsi, priorità, ritmi, valutazioni. Non è più soltanto uno strumento: diventa una forma di comando automatizzato. Marx osservava che nella grande industria la macchina appare come “il corpo del capitale”, mentre il lavoratore ne diventa un semplice appendice. Oggi potremmo dire che gli algoritmi rappresentano il nuovo sistema nervoso del capitale digitalizzato.

Questo paragone può anche essere spinto oltre. L’intelligenza artificiale si alimenta continuamente dei dati che produce la società. Come un organismo industriale, essa cresce nutrendosi di informazioni generate dalle attività quotidiane: comunicazione, lavoro, consumo, mobilità. Il paradosso è che questo nutrimento non è volontario né riconosciuto. I dati che alimentano l’AI sono prodotti da milioni di persone che non partecipano né alle decisioni né alla distribuzione dei profitti generati dai sistemi che contribuiscono ad addestrare.

L’atrofia morale del lavoro semplificato

Un’altra conseguenza dell’automazione analizzata da Marx riguarda la trasformazione delle capacità umane. Quando la macchina assume le funzioni più complesse del lavoro, chi lavora viene progressivamente ridotto a eseguire operazioni sempre più semplici. Marx parlava di impoverimento delle facoltà del lavoratore: la divisione del lavoro e la meccanizzazione producono individui specializzati in compiti minimi, privati di una visione complessiva del processo produttivo.

Con l’intelligenza artificiale questa dinamica rischia di estendersi al lavoro intellettuale. L’automazione di attività cognitive - scrittura, analisi, traduzione, programmazione, progettazione - promette efficienza e velocità, ma comporta anche il rischio di un impoverimento cognitivo. Quando il lavoro viene semplificato al punto da diventare mera supervisione di sistemi automatici, le capacità critiche possono indebolirsi. L’individuo smette di comprendere pienamente i processi che utilizza. L’autonomia intellettuale si riduce.

Non si tratta solo di una questione tecnica, ma anche etica e politica. Una società che delega progressivamente il giudizio, l’analisi e la decisione a sistemi automatizzati può vedere indebolirsi la responsabilità individuale e collettiva. La promessa dell’AI è quella di liberarci dal lavoro. Ma senza una trasformazione delle strutture economiche, questa liberazione rischia di assumere la forma opposta: non emancipazione, ma dipendenza e subalternità.

Ed è qui che il fantasma di Marx ritorna. La questione non è se la tecnologia sia buona o cattiva, ma chi la controlla e per quali fini. Finché l’intelligenza artificiale resterà nelle mani di una ristretta oligarchia economica, tenderà a riprodurre - in forma più sofisticata - dinamiche di dominio simili a quelle che Marx individuava nel capitalismo industriale. Il fantasma che si aggira per l’AI, dunque, non è una nostalgia teorica. È un promemoria critico: ogni rivoluzione tecnologica è anche una lotta per il potere.

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