C’è una trasformazione in atto nel mondo della comunicazione che coinvolge anche l’informazione, un mutamento lento e inesorabile - ma ormai evidente - che riguarda non solo i linguaggi ma anche il senso stesso del fare giornalismo. Nell’ecosistema digitale contemporaneo, a dominare sono i social network. Guardando al rapporto AGCOM, se il 44% di cittadini e cittadine si informa quotidianamente, nel particolare il 50,8% delle persone iscritte ai vari social network dichiara di apprendere notizie tramite le stesse piattaforme, prima che da altre fonti. Un contesto (quello social) in cui è però sempre più evidente come la linea di confine tra giornalismo, intrattenimento e attivismo sia sempre più sfumata, con l’informazione che rischia di diventare una performance, più che un processo di comprensione.
Serena Mazzini, esperta di social media strategy, critica dei mass media e autrice (fra le varie pubblicazioni) del libro "Il lato oscuro dei social network", la tendenza a trasformare temi complessi in contenuti emotivi, semplificati senza averne alcuna competenza, la sintetizza nel termine faccettismo. Un trend ovvero - caratterizzato da una mimica facciale stereotipata volta a enfatizzare la narrazione - che trasforma notizie e inchieste in contenuti immediati, spesso polarizzati, secondo una dinamica che premia l’immediatezza penalizzando però la complessità.
Quello che per la giornalista e direttrice di Olbia.it Angela Galimberti occorre considerare, è innanzitutto il fatto che una parte del lavoro giornalistico ha iniziato a spostarsi su un terreno che non era il suo, i social e le loro dinamiche di funzionamento. Non solo per una questione di piattaforme, ma di logiche: frequenza, riconoscibilità, capacità di stare dentro un flusso continuo, maggiore presenza di pubblico sulle suddette piattaforme. «Ci stanno in qualche modo costringendo a diventare un mix di informazione e intrattenimento, insomma dei creator», spiega Galimberti. Una realtà in cui funzionare significa essere visto, condiviso, commentato, ripubblicato, ma non necessariamente essere più accurato.
L’influencerizzazione dell’informazione
Il doversi esporre in piattaforme social pone giornalisti e giornaliste a contatto col mondo dei cosiddetti influencer dell'informazione e dell'influoattivismo, l'incontro ovvero tra l'attivismo digitale, la divulgazione e la cultura influencer. Ma ciò che dovrebbe essere chiaro (si auspica, anche se l'occhio spesso disattento che naviga sui social rende sempre non immediata la distinzione così come l'identificazione) è che se si parla di giornalismo e inchiesta, alla base vi sono delle differenze: dalle regole deontologiche come la verifica delle fonti, alla distinzione tra contenuto e promozione, senza dimenticare la responsabilità giuridica e professionale.
«Chi lavora come influencer ha molti meno vincoli rispetto a una persona che fa di mestiere il giornalista» dice Galiberti. «Si pensi agli adv, alle pubblicità. Il problema è che stanno vincendo loro. Le testate nel tempo purtroppo hanno dato asilo a questi personaggi social che spesso sono a metà strada tra l’attivismo e l’informazione, e hanno acquistato forza e credibilità. Il problema è che o ci adeguiamo o moriamo, a meno che vengano fatte delle normative ad hoc».
Svolgere la professione giornalistica significa - tra le tante cose - che non tutto è pubblicabile, non tutto è dicibile nello stesso modo, non tutto può essere semplificato senza conseguenze. Ma se il giornalismo entra in un ecosistema che non ha questi vincoli, quella che si crea è una competizione asimmetrica. E il rischio è che per restare a galla si finisca per doversi adattare, volente o nolente.
Una parte di questo adattamento passa dalla semplificazione. Ciò che però Galiberti prima di ulteriori disamine precisa, è anche come «non si vuol mettere l’intera categoria in un unico calderone, ma è necessario analizzare i linguaggi utilizzati da questi e queste influencer dell'informazione». E nel panorama mainstream del fenomeno, l'immaginario fa parte di questo alfabeto.
Capita sempre più spesso nello scrolling di trovarsi dei contenuti in cui alle spalle di chi parla c’è una libreria ben fornita, una scrivania con qualche libro strategicamente posizionato. «Un linguaggio che trasmette autorevolezza - aggiunge Galimberti - oltre alla libreria si può aggiungere il microfono e le modalità con cui questo viene tenuto, come ci si veste o gli accessori utilizzati. Tutto ciò contribuisce a spostare l'informazione verso una totale personalizzazione e anche questa è una perdita da un certo punto di vista, perché chi ha gli strumenti e chi ha il tempo può fare quel tipo di lavoro, chi non ce li ha resta fuori». Ma anche perché nel racconto della cronaca, la personalizzazione estrema rischia di alterare la percezione dei fatti.
I rischi
Gli effetti non riguardano solo chi produce contenuti, ma anche chi li riceve. Per Galiberti, il primo è «scambiare un prodotto di intrattenimento per un prodotto giornalistico»; c’è poi «l’eccessiva semplificazione di temi estremamente complessi», che può portare a una comprensione parziale o distorta. Per chi realizza i contenuti i rischi possono essere più drammatici. «Si possono creare situazioni potenzialmente pericolose e si può entrare facilmente nel penale». Fa riferimento, ad esempio, alla partecipazione alle cosiddette shitstorm (ovvero l'aggressiva valanga di critiche), che possono configurare diffamazione o diffusione di contenuti che non potrebbero essere pubblicati. A questo si aggiungono dinamiche più strutturali: il rafforzamento delle echo chamber (situazioni in cui idee e informazioni vengono ripetute e rinforzate all'interno di un ambiente chiuso, dove opinioni contrarie vengono ignorate) alimentando la polarizzazione e la circolazione di informazioni false o non verificate.
Il punto, però, è più ampio. «Una popolazione male informata non è una popolazione libera», osserva Galiberti. «E non può compiere scelte libere». I codici deontologici poi, servono anche a questo: a rendere riconoscibile un certo tipo di contenuto, non a garantire l’assenza di errori ma a definire un metodo. Attraverso la verifica delle fonti, la trasparenza e la responsabilità è possibile, almeno in teoria, distinguere un contenuto giornalistico da altri tipi di contenuto.
Quando però il giornalismo è quasi costretto ad adottare linguaggi e formati sempre più simili a quelli dell’intrattenimento, questa distinzione si indebolisce. «Non è che le persone non capiscono - precisa Galiberti - è che nessuno ha spiegato loro come funzionano questi linguaggi». Il risultato è una perdita di riconoscibilità e autorevolezza, per cui non sempre è chiaro cosa è stato prodotto seguendo un metodo giornalistico e cosa no; e quando questa distinzione si perde, anche la funzione pubblica del giornalismo si indebolisce.
Come si interviene
Secondo Galiberti, il problema va affrontato su due livelli: normativo e sociale. Sul piano normativo, serve un intervento chiaro. «Non è fattibile inquadrare gli influencer nella professione giornalistica. E non ha senso regolarizzare persone che non hanno esperienza di redazione né formazione specifica». La proposta è netta: «Vanno semplicemente stoppati». Allo stesso modo, andrebbe regolato il fenomeno delle media company: «Se fai informazione, se usi giornalisti per i tuoi contenuti, devi registrarti in tribunale. Punto». È una posizione che mette al centro un tema preciso: la responsabilità.
Sul piano interno invece, il lavoro riguarda le redazioni e la categoria. E Galimberti in merito è categorica. «Dobbiamo piantarla di dare dignità e autorevolezza a influencer che non hanno competenze reali nelle materie in cui vengono interpellati. Basta interviste e inserimenti in organico». Una critica che tocca pratiche ormai diffuse: l’uso degli influencer come ospiti, testimonial, o direttamente come produttori di contenuti informativi. Il criterio, secondo Galiberti, dovrebbe tornare a essere più semplice: conoscenza, percorso, responsabilità. Allo stesso tempo, servirebbe anche un investimento interno: formazione, competenze digitali, uso consapevole delle piattaforme, ma anche ridare dignità a un lavoro giornalistico troppo spesso sottostimato.
L’ultimo livello riguarda il rapporto con chi legge. «Dobbiamo riconquistare la fiducia dei lettori - spiega Galiberti - e ricostruire il rapporto con la società civile». Non più solo contenuti ma presenza. L'invito è di uscire dalle redazioni, frequentare spazi di comunità, spiegare come funziona il lavoro giornalistico; esserci in modo da rendere visibile ciò che solitamente resta implicito.
È evidente che si tratta di un lavoro lento, poco compatibile con le logiche della produzione continua. Ma è anche uno dei pochi modi per ricostruire una relazione che sta venendo meno. E a questo, in conclusione, si aggiunge un altro elemento: la collaborazione. «È un settore competitivo - aggiunge Galiberti - ma è anche un settore sotto attacco ed estremamente fragile». Per questo servirebbe più cooperazione tra testate e tra colleghi, anche in nome di un principio di solidarietà giornalistica che in quanto dovere deontologico imposto a professionisti e professioniste dell'informazione, dovrebbe essere la base di una quotidianità che è, probabilmente, da ritrovare.



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