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Cultura

L’archeologia e l’uso politico del passato in Sardegna

Un'analisi su alcuni degli aspetti relativi l'uso politico dell'archeologia in Sardegna e una riflessione che guarda alla coerenza storica quale approccio in grado di superare l'idea di un'Isola "eccezione" del Mediterraneo, in favore di un'ottica plurale che la mostri come uno dei suoi nodi strutturali.

Salvatore Fadda
Salvatore FaddaCorrispondente
25 MAG 2026
5 min
Immagine di repertorio Canva

Immagine di repertorio Canva

In Sardegna l’archeologia non è percepita solo come disciplina accademica: è un terreno su cui si giocano ancora partite che riguardano l’identità, la legittimità politica, il rapporto con l’Italia, l’Europa continentale, e il Mediterraneo. Questa carica politica non è un'eccezione sarda: è il modo stesso in cui funzionano le identità collettive. Esse non preesistono alla loro proclamazione, ma vengono forgiate attraverso narrazioni, simboli e istituzioni. Il patrimonio archeologico fornisce a queste narrazioni un apporto apparentemente incontestabile per il suo essere materiale. Ma i resti non parlano da soli: l’archeologia deve interrogarli per determinarne il significato, e le domande che vengono poste non sono mai completamente neutre, ma sempre espressione di un contesto politico e sociale.

Lo stato nazionale è una forma politica che ben maschera le sue recentissime origini e che pretende di esercitare la sovranità territoriale nel nome di un popolo definito omogeneo per lingua, memoria e origine. Poiché questa omogeneità non preesiste, va prodotta attraverso scuola, leva, monumenti, manuali, musei, etc. In questa fucina l’archeologia ha un peso determinante: fornisce le prove materiali dell’antichità di una comunità, facendola coincidere (in modo spesso forzato) con altre comunità del passato, certificandone quindi la legittimità a esistere come nazione in uno spazio geografico, mentre ciò che non entra nel racconto unitario viene marginalizzato fino a diventare invisibile.

Il patrimonio archeologico sardo al margine

La costruzione del regno d’Italia, fra il 1861 e i primi decenni del Novecento, fu anche la realizzazione di un progetto culturale che doveva trasformare l’eterogenea popolazione degli stati preunitari in “italiani”. Questo significava omogeneizzare la popolazione attraverso una lingua unica, una scuola uniforme, una memoria comune che trovò i suoi miti storici di fondazione nell’epopea risorgimentale e nella romanità, e un passato archeologico che desse forma materiale agli “antenati” attraverso i quali percepire un’identità anche in termini di discendenza comune. Negli anni successivi all'unità le teorie archeologiche di Luigi Pigorini inclusero la preistoria sarda all'interno del quadro preistorico dell'Italia preromana. Era già percepibile, però, una tensione opposta con il lavoro del canonico Giovanni Spano in cui si scorgeva una legittimazione culturale specificamente sarda, una tensione che non si è mai del tutto risolta.

In Sardegna lo Stato sabaudo si trovava davanti una popolazione molto differente per lingua, struttura sociale, giurisprudenza consuetudinaria e memoria storica. La risposta non fu il riconoscimento della specificità sarda ma il suo progressivo silenziamento, che inevitabilmente ha prodotto anche una marginalizzazione del patrimonio archeologico sardo. Il fascismo aggiunse uno strato ulteriore. La retorica della romanitas, fondamento ideologico del regime, in Sardegna faticava: l'isola nell'immaginario colto come in quello popolare aveva già legato la sua identità a una civiltà più antica che non poteva facilmente confluire nel racconto incentrato sulla romanità. Il regime oscillò così tra l'incorporazione del nuragico nel grande racconto italico e la sua marginalizzazione a fase “primitiva”.

Giovanni Lilliu, la figura più influente dell’archeologia sarda del Novecento, incarnò consapevolmente questa tensione parlando esplicitamente di una "costante resistenziale sarda”: l’idea ovvero che i Sardi attraverso i millenni avessero opposto resistenza ai dominatori esterni. In quest’ottica il nuraghe diventava simbolo di un’attitudine permanente alla libertà. Questa reazione, nata come risposta alla soppressione operata dal nazionalismo italiano, ne riproduce sul piano argomentativo le stesse mosse: cerca un’origine antica e gloriosa, predica una continuità ininterrotta, elegge particolari vestigia del passato a simbolo dell’essenza nazionale, produce una memoria selettiva. Cercando di emergere contro il nazionalismo che l’aveva marginalizzata, l’identità sarda, seguendo il destino paradossale delle identità “minori”, si trova a riprodurre gli stessi meccanismi di esclusione.

L'altro da noi e la funzione critica dell'archeologia

La Sardegna ha una storia antica che dal Paleolitico attraversa il Neolitico, l’età del rame, il lungo periodo fenicio-punico, quattro secoli di integrazione romana, l’età vandalica e bizantina. Ma nell’immaginario pubblico questa stratificazione è quasi invisibile: la torre nuragica dell’Età del Bronzo domina lo spazio simbolico, e ciò che è altro viene percepito come alieno, o peggio ancora assimilato in maniera posticcia, creando miscugli ideologici privi di coerenza storica. Anche l’attenzione istituzionale e le politiche culturali che ne seguono finiscono per concentrarsi su quel periodo.

Riconoscere il bias di questi meccanismi non significa sminuire il patrimonio nuragico, ma restituire all’archeologia la sua funzione critica. L’archeologia infatti è essenziale per l’identità sarda perché mostra quanto la storia dell’isola sia maggiormente articolata di qualsiasi passato ideale semplificato e forgiato come calco glorioso di un presente mediocre. Uscire dalla soppressione non significa rovesciare di segno gli strumenti che l’hanno prodotta: significa imparare a liberarsene.

Pensare un’identità sarda che non si fondi sull’imitazione dei nazionalismi ottocenteschi richiede di rinunciare all'idea della promessa di una rinascita ispirata a un periodo aureo da cui tutto deriva, e impone di assumere stratificazione, mescolanza e discontinuità come fatti costitutivi, non come perdite. È una posizione più difficile da servire al pubblico, perché rinuncia all’illusione di un’essenza. Ma è anche una posizione che restituisce all’isola la sua dimensione di nodo nella storia del Mediterraneo, su rotte che per millenni hanno tenuto insieme Italia e Africa del Nord, penisola iberica e Levante.

La centralità geografica, però, non si traduce automaticamente in centralità storica: anzi, può oscurarla, se l’isola viene percepita come periferia dei centri continentali. Solo un'archeologia che legga stratificazioni, prestiti, ibridazioni e scambi come prove di un continuo divenire, e non come sintomi di subalternità, può mostrare la Sardegna non come un'eccezione del Mediterraneo, ma come uno dei suoi nodi strutturali.

In questa prospettiva le coste smettono finalmente di essere contrapposte all'integrità dell'interno, come se fossero frange corrotte da influenze esterne. Diventano invece l'interfaccia sulla quale si leggono le tracce materiali dei rapporti, sia positivi sia negativi, che le culture succedutesi in Sardegna hanno intrattenuto con quelle esterne. Restituire alla Sardegna questo posto significa restituirle il rilievo che le genti che l’hanno attraversata le hanno conferito, con uno sguardo libero dalle distorsioni delle geografie politiche moderne.

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